E’ in Abruzzo la grotta visitabile più alta d’Europa: vertiginose suggestioni fra natura e letteratura

Se il pubblico della Rete rimane comprensibilmente affascinato dalla periodica rassegna di luoghi ”impossibili” ubicati negli angoli più remoti del pianeta – eclatante il caso del Monastero di Taktsang Palphug, nel Bhutan, o del tempio sospeso di Xuankong Si, in Cina – avrebbe di che meravigliarsi anche se sbirciasse con un po’ più di attenzione fra le “pieghe” del nostro straordinario Paese che, quanto a luoghi mozzafiato ha davvero molto da dire. Uno di questi è senza dubbio la Grotta del Cavallone, in Abruzzo, il cui primato è quello di essere la grotta naturale visitabile più alta d’Europa. Del resto, quando parliamo di Abruzzo parliamo di un territorio definito, senza enfasi retorica, “il piccolo Tibet d’Italia” dato che vi ricadono le vette più alte e spettacolari dell’Appennino peninsulare, come il Gran Sasso ed il massiccio della Majella, i monti della Laga al confine con Lazio e Marche, quelli del gruppo Sirente-Velino, le montagne del Parco Nazionale d’Abruzzo al confine con Lazio e Molise e i monti Simbruini condivisi con il Lazio. Pareti vertiginose, orizzonti a perdita d’occhio, sterminate vallate, laghi d’altura, tutto concorre a giustificare la suggestiva denominazione. In questo quadro, la Grotta del Cavallone, con i suoi 1475 metri sul livello del mare, si inserisce in modo perfettamente coerente offrendosi quale destinazione imperdibile per gli amanti delle grandi altezze e del paesaggio rupestre.

A guardarla dal fondovalle ha l’aspetto di un’enorme nido d’aquila o, volendo lasciar volare la fantasia, quello della tana di un mitico drago, magari come quello leggendario di cui si custodisce una misteriosa costola nel non lontano borgo di Atessa. Al suo interno “mostri”“foreste incantate”, sale “delle fate, degli Elefanti e delle Statue” – nomi dati alle affascinanti concrezioni calcaree e agli ambienti che le ospitano – aggiungono potere evocativo alla naturale aura fiabesca del luogo che con i suoi 3 km di estensione, ancora in parte da esplorare, si affaccia sullo splendido paesaggio della Valle di Taranta per poi inoltrarsi nel ventre della montagna.

Taranta Peligna e Lama dei Peligni, borghi rispettivamente di 375 e 1304 abitanti, sono i due comuni in provincia di Chieti nel cui territorio rientra la Grotta del Cavallone. Le prime tracce di una sua frequentazione risalgono al 1666, come segnala un’incisione su un masso accanto all’ingresso, mentre più documentata è l’eplorazione del 1704 dei cui artefici si conoscono i nomi.  E’ però dalla fine dell’800 che è stato avviato l’utilizzo turistico della grotta con la costituzione della Società delle Grotte del Cavallone e del Bue. A questo periodo risale la costruzione dell’ardito sentiero di accesso intagliato nella viva roccia, mentre il percorso all’interno fu agevolato da scalette in legno di cui si conservano tracce, oltre che da un servizio di guide. Agli inizi del XX secolo, grazie all’iniziativa del noto pittore abruzzese Francesco Paolo Michetti, che per la scenografia della tragedia La figlia di Iorio di Gabriele d’Annunzio si ispirò alla grotta del Cavallone, la notorietà del luogo ebbe un’impennata. Il successo del dramma dannunziano valse infatti alla grotta anche la denominazione di “Grotta della Figlia di Iorio”; alcuni dei suoi ambienti e delle sue concrezioni presero i nomi dei personaggi della celebre tragedia e finì così col richiamare l’attenzione di numerosi visitatori.

Determinante nella scelta, fu per Michetti l’immagine della caverna dove i due innamorati – Aligi e Mila, protagonisti del testo dannunziano – si rifugiarono: lui è un giovane della buona società che prossimo al matrimonio con una sua pari, s’innamora della povera popolana Mila considerata dai contadini una strega malefica. Questi la rincorrono per linciarla ma Aligi la protegge conducendola appunto nelle grotte. Una suggestione letteraria che da oltre un secolo ha reso la Grotta del Cavallone uno dei luoghi dannunziani per eccellenza. La frequentazione turistica della Grotta conobbe una pausa durante l’ultima guerra mondiale allorchè  fu utilizzata come rifugio per le popolazioni locali, mentre dagli anni ’50 in poi la Società Speleologica Italiana e di altri enti l’hanno sottoposta ad esplorazioni scientifiche accurate.

Il percorso turistico nella grotta è di circa 700 metri con visite guidate dalla durata complessiva di un’ora. La temperatura all’interno, costante tutto l’anno, è di 10° mentre l’umidità raggiunge in alcuni punti il 90%. Il tragitto aperto al pubblico copre solo una parte della sua articolazione, fatta anche di alcuni tratti per esperti e di altri esclusivamente rivolti a speleologi provetti. Insomma oltre che una meta magica per il visitatore comune la grotta è anche un paradiso scientifico e geologico, incastonato in quello straordinario bacino di biodiversità che è il Parco della Majella. Anche visitatori senza particolare esperienza di contesti rupestri hanno oggi l’occasione di poter ammirare nella Grotta tre sale maggiori e una serie di passaggi ed ambienti minori ricchi di stalattiti, stalagmiti e laghetti dai nomi evocativi. E’ questa la felice ricompensa per chi arriva alla Grotta tramite la funivia che sovrasta la strada detta ‘la tajate de Palena’, nel senso che ‘taglia’ il monte Porrara per raggiungere Palena. Il percorso in funivia inizia dalla località Pian di Valle a circa 750 metri ed arriva alla quota di 1300 metri. Dalla funivia, e successivamente dall’imbocco dell’antro, lo sguardo vaga stupefatto fra strapiombi, orridi, boschi, pendici e vallate, tra i quali non è raro scorgere l’aquila reale, il falco pellegrino o i camosci d’Abruzzo.

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